Da: Mario, studente di lettere
Data: 13/04/2011
Francia, riguardo alla letteratura post-coloniale, si è parlato di “littérature monde” e di un abbattimento delle barriere nazionali: lingue e letterature non corrispondono più al vecchio concetto di “identità nazionale” e sembra sempre più adatto parlare di mondialità. Questa affascinante prospettiva a mio avviso è molto influenzata dalla diffusione mondiale delle lingue considerate (francese e inglese), non deliberatamente scelte da scrittori già francofoni o anglofoni “di periferia”.
Il caso italiano invece è diverso, la scelta è molto netta (e svantaggiosa): l’italianità ha allora un valore particolare per questi nuovi scrittori? Si può leggere nella scelta della lingua italiana (anziché di quelle di origine) la volontà di provare a cambiare l’identità letteraria di questo paese, sposandone però una parte? O la sua prospettiva è più tesa verso una globalità particolareggiata, come quella prospettata in Francia?
Il caso italiano invece è diverso, la scelta è molto netta (e svantaggiosa): l’italianità ha allora un valore particolare per questi nuovi scrittori? Si può leggere nella scelta della lingua italiana (anziché di quelle di origine) la volontà di provare a cambiare l’identità letteraria di questo paese, sposandone però una parte? O la sua prospettiva è più tesa verso una globalità particolareggiata, come quella prospettata in Francia?

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